martedì 4 marzo 2014

Mediazione, una struttura educativa

La mediazione tra ruoli in relazione, viene definita come un'azione di gestione dei conflitti.

Terzo piano. Fino a qui, tutto bene.

La gestione del conflitto implica la presenza di una terza persona, tra due "litiganti", che non gode per nulla, se non nella sua veste professionale in qualità di colui o colei che mostra, a due persone in contrasto, nuove possibilità comunicative per potersi confrontare.

Secondo piano. Fino a qui, tutto bene.

Mostrando nuove possibilità comunicative, evidenzia lo scarto presente tra le volontà dichiarate dalle parti, che generano il conflitto, e i bisogni che sottendono a queste volontà, scardinandole e depotenziandole, aprendo la via al confronto.

Primo piano. Fino a qui, tutto bene.

Litigare, scontrarsi, avere la necessità di un terzo che medi per proteggere interessi superiori, come il benessere dei figli o di se stessi.

...il problema non è la caduta, ma l'atterraggio!

Non tutte le mediazioni finiscono a buon fine. Esistono numerose situazioni in cui le parti non arrivano ad un accordo. Tempo perso? Apparentemente sì e pure soldi.

Ma se imparassimo a capire cosa farcene dei conflitti che rimangono aperti e che non riusciamo a chiudere?
Questo, in un'ottica di mediazione in senso stretto, non è contemplato, o meglio si pone attenzione al minimo sindacale da raggiungere in termini di pacificazione.
Che la mediazione si sia resa negli anni una tecnica efficace e utile, nessuno lo vuole negare. Mi pare però che se non si vuole considerare il pedagogico sempre presente in un contesto di interazione sociale, ci si perda una grande possibilità: quella di dirsi che nella vita non tutte le relazioni sono pacifiche e che per star bene non serve solo evitare il più possibile che queste situazioni accadano, ma imparare ad affrontarle, imparare a starci dentro.

Nei servizi educativi e nelle consulenze pedagogiche a genitori, coppie, ruoli organizzativi, continuamente si mette in atto una pratica fondamentale per la gestione dei conflitti: ripartire dai ruoli sociali complementari in scena, riposizionarli, evidenziarne responsabilità e diritti e aprire nuovi sguardi di convivenza e nuove possibilità di relazione.
Immagino servizi di spazio neutro in cui lo sguardo pedagogico ritiene non abbia senso prevenire litigi e comunicazioni tendenziose, ma essere educativamente presenti con i ruoli in scena per insegnare ad ascoltare anche ciò che ci fa male, ci fa paura, ci fa arrabbiare, per imparare a rispondere alle comunicazioni che viviamo come "attacchi" a dichiarare i propri bisogni, dare valore alle proprie paure, imparare a dire "io ci sono, guarda i e ascoltami, non pensare solo a te stesso/a!". Essere in scena per insegnare a guardare la persona con cui siamo in interazione e ricordarci cosa è opportuno dire, al di là di quello che si vorrebbe dire, in nome dei bisogni che ci si riconosce. E questo vale in ogni servizio educativo e credo anche in ogni occasione di vita.



Scovare il pedagogico possibile in professioni che apparentemente non lo contemplano è affascinante. Permette di andare al cuore delle diverse strutture professionali.