lunedì 23 marzo 2015

#storia3: diversità che convivono

Non mi ricordo quando ho cominciato di preciso. A lavorare come educatrice in due comunità alloggio per persone disabili adulte della cooperativa Il Fontanile, di Milano. Di sicuro ci ho lavorato fino ai primi mesi del 2010, maggio credo. E per due o tre anni in tutto.

Lavoravo nei week end. Le comunità erano organizzate in modo tale che agli operatori fissi, che coprivano i turni settimanali, si alternassero collaboratori nel fine settimana, così da permettere ritmi di lavoro sostenibili per tutti.

Io sono sempre stata un’educatrice definita di frontiera. Non mi è mai importato dove mi mandassero a lavorare e con chi. A me importava fare l’educatrice. Ho colto dunque questa possibilità. E mi è piaciuto moltissimo viverla.

Lavoravo nel fine settimana, ho detto. Il mio compito, quindi, era di affiancare gli ospiti delle comunità nelle attività di svago che sono tipiche dei week end, riposo compreso. Mi ricordo di gite nei parchi, partecipazione alle feste di associazioni o di quartiere, visite dei familiari, sistemazione delle camere, momenti di convivialità e di cura personale degli ospiti. Nonché, ovviamente, come in ogni comunità che si rispetti, pranzi, cene, merende e colazioni.

E’ stata per me un’esperienza molto intensa. Non solo perchè lavoravo altrove dal lunedì al venerdì e in quasi tutti i fine settimana andavo in queste comunità.
Chi non è addetto ai lavori e mi sta leggendo, deve infatti sapere che nel cuore di ogni educatore ed educatrice c’è la voglia di lavorare in una comunità prima o poi. Perché se l’educativo consiste nell’insegnare qualcosa che serve alla vita di chi incontriamo, a partire dalla quotidianità, le comunità sono quei servizi che della quotidianità si occupano in toto.
E anche io ho provato il piacere professionale di farlo. Accanto al piacere umano di condividere giornate con persone impegnate ad avere a che fare in ogni momento con la propria disabilità, con le disabilità dei conviventi ospiti e con le diversità che ogni operatore portava nelle modalità con cui interagiva con  loro e gestiva le faccende organizzative del servizio.
Io ho stimato molto queste persone. Erano molto più capaci di me di sopportare, adattarsi e mostrare i propri bisogni. Vivere, sine die, insieme a tante persone diverse, abituarsi alle particolarità di ognuno, imparare a salutare chi ci lasciava e ad accogliere chi arrivava, convivere con la mancanza dei propri familiari, cercare e proteggere i propri spazi personali, reali e figurati. Il tutto avendo a che fare con i limiti che una condizione di disabilità comporta. L’emozione era forte, ad ogni week end, e ancora ora, raccontandovelo, sento lo stomaco stringersi.

In mezzo allo stupore esistenziale che provavo, ho insegnato a queste persone a rendersi sempre più protagoniste nelle proprie scelte.
Non era facile per loro scegliere come vestirsi, cosa mangiare, come comportarsi a tavola, lavarsi o farsi aiutare nel lavarsi (quando c’era chi da solo o da sola proprio non riusciva). Pensate che sia semplice imparare a farsi mettere le mani addosso, essendo adulti, da una che si conosce poco, mentre siete sotto la doccia? E che vi dice che quel poco che riuscite a fare, dovete continuare a farlo voi, sotto lo sguardo dello stessa semi-sconosciuta di cui sopra?
Ma era importante che io insegnassi loro a lavorare sulla propria autonomia, perché questa è l’unica strada possibile per avere anche solo una minima voce in capitolo in una vita che, altrimenti, sarebbe totalmente gestita da altri.
Ho insegnato a stare in interazione con altri, ma anche a capire quando ritirarsi in privato. Come riuscire a vivere l’intimità di cui tutti abbiamo bisogno, in un luogo sempre pieno di tanta gente. Capire cosa fa bene mangiare e cosa invece no, perché invecchiando non si può più mangiare come quando si è ragazzini. Imparare a convivere con le proprie emozioni e condividerle con chi si ha accanto, per non sentirsi soli. A divertirsi con chi in quel momento ne ha voglia, accettando di lasciare in pace chi ha voglia di riposarsi o è di umore nero e ha il diritto di smaltire pensieri ed emozioni. Scegliere il programma televisivo da guardare insieme prima di andare a dormire, ricordarsi di lavare i denti, rispettare i turni per apparecchiare e sparecchiare la tavola anche quando la voglia manca. Ma anche imparare a dire quando non si sta bene e non si riesce proprio ad assolvere alle faccende domestiche. Viversi la propria adultità insomma, in un mondo in cui le persone disabili tendono ad essere viste come eterni bambini e invece hanno il diritto di veder rispettata la propria età anagrafica e il dovere di non cedere alle tendenze assistenzialiste.






Questa foto, non è della comunità, ma del centro diurno disabili Martin pescatore, di Alessandria. E' comunque una foto che immortala un momento di festa, all'interno della quotidianità che altre persone e altri educatori vivono in questo centro, nella condivisione di tante diversità.
Mi è stata concessa da Monica Massola, che lo coordina. 







E insegnando, ho imparato a riflettere su questi valori quotidiani anche per me: ho ragionato su cosa volesse dire nella mia di vita, potenziare l’autonomia all’interno delle tante relazioni che stavo vivendo. In che cosa avevo bisogno di emanciparmi. In che cosa avevo bisogno di aiuto.
Ho imparato a dosare, meglio che in altre esperienze lavorative, l’intenzionalità pedagogica con la delicatezza delle azioni attraverso cui le esprimevo.
Ho imparato che le diversità possono convivere effettivamente, non solo idealmente, perché se è possibile far convivere tante diversità in queste comunità, allora anche nel mondo fuori da lì è possibile.
E l’ideologia la lasciamo a chi ha tempo da perdere e bocche da riempire con parole vane, dalle gambe corte.